Dire tra me
La facoltà della critica è generata dall’educazione e dall’allenamento. Si tratta di un abito mentale oltre che di una capacità. Essa è condizione prima dello sviluppo umano. È la nostra unica tutela contro la delusione, l’inganno, la superstizione e la misconoscenza di noi stessi e del mondo a noi circostante.
(da Sumner, W. G. 1940. Folkways: A Study of the Sociological Importance of Usages, Manners, Customs, Mores, and Morals. New York: Ginn and Co., pp. 632, 633.)
Definizione di pensiero critico
Il pensiero critico è un processo mentale che consiste nell’analizzare o nel valutare delle informazioni. Tali informazioni possono essere ottenute tramite l’osservazione, l’esperienza, il ragionamento o la comunicazione. Il pensiero critico si fonda sul tentativo di andare al di là della parzialità del singolo soggetto: i suoi valori fondamentali sono la chiarezza, l’accuratezza, la precisione, l’evidenza.
Intorno a questi due concetti si concentreranno le mie riflessioni e il mio modo di ragionare, con l’intendo di mantenere sempre un grande rispetto nell’indirizzo di quei critici portatori di un pensiero critico, ma concedendomi un briciolo di irriverenza verso tutti gli altri critici, portatori di un pensiero e basta.
Comincerei perciò in maniera molto semplice, soffermandomi sulla definizione di pregiudizio e affermando che il termine pregiudizio può assumere diversi significati, tutti in qualche modo collegati alla nozione di “giudizio prematuro” (in quanto parziale e basato su argomenti insufficienti).
Può essere allora il pensiero critico pregiudiziale? Intendo dire: un pensiero pregiudiziale anche se ben strutturato si potrebbe definire pensiero critico? E ancora: può definirsi un pensiero critico pregiudiziale “ben strutturato”?
Io credo di no, almeno per quanto concerne l’ultima domanda.
La critica pregiudiziale obbliga coloro che ne fanno uso ad alzare i toni della discussione. Bene lo lascia intendere in questo articolo pubblicato nel 2005 il signor Paolo Di Stefano, che attraverso le pagine del quotidiano Repubblica credo si sia espresso come portatore di un pensiero critico.
L’articolo si intitolava “Romanzi del Secolo a Getto Continuo”, ed era il seguente.
Diciamo la verità: o questo 2005 è un anno letterario formidabile o c'è qualcosa che non quadra. A giudicare dagli annunci più recenti, la narrativa italiana non ha mai sfornato capolavori come in questi due o tre mesi. Ora, Tullio Avoledo, su Il Giornale, battezza il nuovo libro di Piersandro Pallavicini, Atomico dandy, come «il miglior romanzo di quest' anno». Possibile che nessuno se ne sia accorto?, si chiede Avoledo. Ebbene sì, ahinoi, è incredibile, ma nessuno se n'era ancora accorto. Perché a leggerlo, il libro di Pallavicini è davvero un buon romanzo (insolitamente funambolico), ma proprio «il migliore dei migliori»... E poi perché pensavamo di poter stare tranquilli per il prossimo secolo, dopo l'uscita del romanzo di Piperno, visto che molti ci avevano assicurato che la letteratura italiana non avrebbe saputo proporre niente di meglio fino al 2100 o giù di lì. Invece è passato appena un mesetto e arriva un romanzo ancora migliore. Un altro dandy dopo Piperno. Incredibile, ma nessuno se n'era accorto. Anzi, a dire il vero, nessuno se lo sarebbe aspettato.
E pensare che siamo solo all'inizio
di aprile. Vengono i brividi a pensare
che mancano nove lunghissimi mesi alla
fine dell'anno: se continueremo così,
quanti capolavori, migliori dei
migliori, ci cadranno addosso ancora tra
capo e collo? Il sospetto, a dirla
tutta, è che qualcosa non quadri. La
critica italiana ha mal di dandy?
D'accordo, ma soprattutto la critica
soffre di iperbolite acuta. E va bene
una volta, va bene la seconda, va bene
la terza e pure la quarta va bene e
mettiamoci anche la quinta e la sesta ma
alla fine viene un dubbio: non è che,
per caso, qualcuno ci sta prendendo in
giro? Oppure: non è che, per caso, il
divertente giochetto del «migliore dei
migliori» rischia di sfuggire di mano?
Che cos'è quest'ansia di iperboli? Che
cos'è questa voglia di gridare: al
capolavoro, al capolavoro! Non sta forse
capitando, alla critica come alla
politica, quello strano fenomeno per
cui, finiti (o sfiniti) gli argomenti,
si comincia a urlare per farsi sentire?
Attenzione: non per far sentire i propri
argomenti (finiti, sfiniti o mai
esistiti), ma semplicemente la propria
voce un po' sguaiata. (articolo
di Paolo Di Stefano)
In
riferimento a quanto riportato
dall’articolo appena citato, c’è una
cosa, secondo me, che un critico
letterario non dovrebbe mai dire, ma che
in senso più ampio non si dovrebbe dire
mai quando si esprime un giudizio
critico.
Adoperare il termine “il
miglior libro…”
Dico ciò perché penso che si
possa definire un libro come il migliore
solo quando si sono letti tutti gli
altri e questo, onestamente, lo ritengo
impossibile. Evitare quindi simili
espressioni può ritenersi una forma di
rispetto, perché nel momento che si
definisce una cosa migliore delle altre
si riduce inevitabilmente il valore di
ciò che non si conosce ancora. Si
finisce per fare una critica positiva
volontariamente, ma nel frattempo si
realizzano moltissime critiche negative
involontariamente. Purtroppo si cade
spesso in un simile errore, e non solo
in letteratura, senza capire se il
giudizio è stato espresso in buonafede o
in malafede.
Se è stato fatto in buonafede
si potrebbe considerarlo un bias.
Il bias (definizione
presa da wikipedia) è una forma
di distorsione causata dal pregiudizio
verso un punto di vista o una ideologia.
La mappa mentale d'una persona presenta
bias là dov'è condizionata da
idee preconcette. Un sistema
decisionale, come per esempio un
algoritmo, può presentare dei bias.
Come la distorsione in generale, non è
possibile eliminarli ma si può tenerne
conto a posteriori, correggendo
la percezione per diminuirne gli
effetti.
Il bias è endemico nella
critica letteraria dei media di
comunicazione a maggiore diffusione, ma
meno evidente invece nei canali a
diffusione minore.
Si potrebbe pensare perciò che
l’assenza di pregiudizio è in antitesi
con la capillarità dell’informazione? O
meglio: l’informazione capillare è
pregiudiziale?
Bene lo sanno i più colti
frequentatori della rete, attraverso la
quale si può raccogliere una
informazione più ampia riducendo al
minimo il rischio di bias, mentre una
risposta alquanto sensata alla domanda
se l’informazione capillare è
pregiudiziale viene data dal professor
Mario Perniola, il quale asserisce (il
testo riportato è tratto da
www.criticamente.com):
«Di tutte le mistificazioni della comunicazione, indubbiamente la più grande è stata quella di presentarsi sotto le insegne del progressismo democratico, mentre costituisce la configurazione compiuta dell'oscurantismo populistico».
Di questa energia è vergato il biglietto da visita che abbiamo ritagliato dalle prime pagine del libro di Mario Perniola dal titolo inequivoco “Contro la comunicazione” (Edizioni Einaudi, pp. 114, euro 7,00).
La comunicazione massmediatica, la cui influenza travalica i confini del mercato per estendersi alla cultura, alla politica e all'arte è nella realtà del contemporaneo globalizzato una novità non più recente. Lo è da un punto di vista storico generale perché data soltanto da alcuni decenni, e cioè dal periodo in cui la tecnologia ha reso possibile la selezione di strumenti capaci di imporre le loro ragioni apparentemente senza arroganza. Anzi, la comunicazione massmediatica attraverso la televisione e internet, nel suo saltare ogni intermediazione, rivolgendosi direttamente a un pubblico enorme, mima un'apparenza democratica che in realtà nasconde l'arroganza di un sistema in grado di disarticolare ogni differenza.
Ma Perniola evidentemente non è preoccupato solo di questo. E' preoccupato anche e soprattutto degli effetti che l'ipercomunicazione produce sulla società da lui definita "cognitiva" e cioè su quella parte di opinione pubblica ancora in grado di elaborare un'attività cognitiva, di esprimere pensiero ed eventualmente pensiero critico. «La nostra società - dice Perniola - non sarebbe (…) affatto caratterizzata dal tramonto delle ideologie (…) ma semmai da una loro semplificazione e banalizzazione estrema che fa cadere l'aspetto concettuale a favore dell'emozionalità». Con queste parole l'autore riporta una tesi dell'economista francese Jean-Paul Fitoussi il quale asserisce la natura ideologica della nuova comunicazione, insieme all'assoluta impossibilità di verificarne la veridicità.
«La comunicazione infatti - continua Perniola - aspira ad essere contemporaneamente una cosa, il suo contrario e tutto ciò che sta in mezzo tra i due opposti. E’ quindi totalitaria in una misura molto maggiore del totalitarismo politico tradizionale, perché comprende anche e soprattutto l'antitotalitarismo. E’ globale nel senso che include anche ciò che nega la globalità».
Come si vede, si tratta di posizioni forti e duramente polemiche nei confronti di un sistema che per decine di anni ha dato l'impressione di svolgere una funzione positiva, di diffusione di una cultura popolare ridotta al minimo ma spalmata orizzontalmente sull'eterogenea popolazione dei consumatori di immagini e di notizie. Una funzione del genere, per lo meno in Italia, la televisione l'ha sicuramente svolta, contribuendo alla diffusione della lingua e ad una alfabetizzazione di base fino allora sconosciuta. Ma esaurita questa funzione iniziale, ha finito per rendersi esclusivamente veicolo di una specie di aerosol pseudoculturale dagli effetti clinicamente soporiferi e dalle conseguenze culturali e politiche difficilmente calcolabili.
E’ condivisibile il pensiero del prof. Perniola? Egli afferma che la comunicazione di massa costringe a una cultura popolare ridotta al minimo e spalmata su tutta la popolazione contribuendo, al massimo, a produrre una alfabetizzazione (dove non c’è), e trasformandosi in seguito in una espressione pseudoculturale. Io penso che una condivisione con questo pensiero si possa trovare se ci si sofferma sulla definizione di cultura.
La definizione di cultura viene data da Edward Tylor (1832-1917), antropologo britannico tra i più noti della corrente evoluzionista, nel suo famoso testo Cultura primitiva:
«La cultura, o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’ insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società».
Ipotizzando quanto detto come
veritiero si dovrebbe condividere l’idea
che non esiste una critica portatrice di
pensiero critico attraverso le fonti di
informazione di massa, e quindi
condividere l’opinione di molti, e cioè
che il meccanismo di massa che muove la
critica non è la ricerca di una crescita
culturale, ma la ricerca di una
stabilità politica o economica. “Non
dico ciò che penso in quanto ci credo,
ma dico ciò che mi assicura visibilità e
ricchezza”. Ecco spiegato allora anche
il bisogno, spesso endemico, di alzare i
toni della discussione, trasformandosi
da critici portatori del pensiero
critico a imbonitori portatori di un
pensiero e basta. Se si accetta la
definizione di cultura, si deve
ammettere che la critica a diffusione
capillare non sfrutta le conoscenze, le
credenze, l’arte, la morale, il diritto,
il costume e qualsiasi altra capacità e
abitudine che è arrivato ad acquisire
oggi l’uomo. La critica di massa tende a
fare pseudocultura, spalmando su tutti
la conoscenze (scarse) di pochi.
Verrebbe quindi da pensare che
non ci si può e non ci si deve fidare
del pensiero critico dei media ad ampia
distribuzione.
Il prof.
Noam Chomsky esprime
il suo giudizio in merito con le
seguenti parole:
«L'Europa e gli
Stati Uniti - afferma Chomsky - non sono
poi molto diversi. Negli Usa la maggior
parte dei media sono essenzialmente
aziende, corporation, o parte di
corporation ancora più grandi. I loro
omologhi in Europa, i principali
quotidiani internazionali, sono in gran
parte aziende che vendono un pubblico
privilegiato ad altre aziende e non è
sorprendente se l'immagine del mondo che
presentano riflette l’interesse degli
acquirenti, dei venditori. Ci sono altri
fattori, ad esempio i forti legami con
il governo. C’è un grande interscambio
tra il governo, i media, il mondo
economico, il mondo accademico. Esiste
una sorta di classe politica in tutti i
paesi, circa il 20% della popolazione,
attivamente coinvolta in una qualche
forma di gestione, politica, economica o
accademica dei media e nell'ambito di
questa classe ci sono più o meno gli
stessi interessi. Voglio dire che
condividono ampiamente gli stessi
interessi, quelli dei privilegiati che
sono al potere e le loro pressioni
esterne sui media tendono a condurre i
mezzi di comunicazione in una certa
direzione».
Ciò che ci viene
servito come pensiero critico è invece
un potente e disarmante spot
pubblicitario che si avvale dei critici
rendendoli a loro volta immuni al
pensiero critico della massa.
Rendendoli, in un certo senso, degli
“eroi”. La forza del giudizio critico
non risiede perciò nel giudizio, ma
nella valenza che si riesce a dare alla
voce critica che lo esprime, in modo che
la massa possa affermare: “se lo ha
detto lui…”. L’eroe diventa il portatore
di un giudizio asservito al consumo di
chi detiene il potere e non si interessa
più alla forma del suo giudizio, ma alla
creazione del personaggio eroe che dovrà
trasmettere il suddetto giudizio. Il
critico eroe si trasforma in un buffone
di corte, umiliando la sua intelligenza
e i propri ideali. Paradossalmente,
però, all’eroe vengono forniti i mezzi
per credere veramente nel pensiero che
esprime, e questo accade per un
meccanismo perverso che si viene a
determinare, e cioè per il fatto che
tutti saranno costretti a credere nelle
sue parole. Si raggiunge, in altri
termini, un paradosso. Colui che
dovrebbe illuminare le coscienze viene
illuminato dalle coscienze.
In poche parole si è
abolita la possibilità della
controcritica, senza immaginare (!) di
avere abolito in questo modo la
possibilità del giudizio critico.
E allora mi verrebbe
da domandare:
Ciò che ci circonda
è cultura o monocultura?
Sia ben chiaro che
il termine “monocultura” in realtà non
esiste, se non in campo agricolo. Il suo
stesso significato, altrimenti, sarebbe
un controsenso, in quanto non può
esistere una cultura illuminata da un
unico pensiero. E questo una critica
all’altezza del pensiero critico
dovrebbe tenerlo sempre presente, anche
se spesso non lo fa, preferendo
inseguire il miraggio del successo, del
capolavoro precostruito. Praticamente
ragiona partendo dalla fine: ci offre
ciò che noi abbiamo già innalzato ad
espressione di piacere per dirci che
potrebbe piacerci. Stimola i sentimenti
già stimolati dalla nostra curiosità.
Esalta il nostro gusto e insinua
subdolamente il pregiudizio che oltre
non si può andare. Perché oltre si
rischierebbe di vedere ciò che non si
vuole venga visto.
Si leggano allora queste bellissime parole di Julio Cesar Monteiro Martins, che per certi aspetti fanno venire i brividi. Lui si che può parlare a ragione di monocultura.
È così che mi
vedo: un cronista del limbo. Attorno a
me, da sempre, non una di quelle
città-giocattolo dove agli scrittori
piace annidarsi nella loro fase matura,
ma una città vera, terribile,
divoratrice, superpopolata;
l’anti-utopia del millennio che finisce.
Un parco divertimenti assediato da un
parco di atrocità. Una grande città
brasiliana.
Sono il cronista
di un limbo, da dove nessuno porta
notizie - territorio senza definizione,
più che dimenticato nemmeno
concettualizzato, dove vanno i senza
nome, spazzati via dalla memoria
collettiva dell’occidente, quelli che
"non esistono" a migliaia. Si tratta di
un miraggio al rovescio; l’inquinato
immaginario dell’Europa di oggi fa
spazio alla fantasia di un Brasile
caricato di virtù rurale, di dolce
spensieratezza sulle spiagge, di alberi
da banano in fiore al centro del
festival del colore. E sono colori
vivaci, addirittura sgargianti, come le
tonalità del verde e giallo della frutta
in un mercato. Mai come il rosso-sangue
dei cadaveri che albeggiano in strane
posizioni sul cemento crepato dei
marciapiedi. Mai il verde umido che
ricopre le pareti dei palazzi di cemento
nel paesaggio penitenziario dove
sopravviviamo: cartolina di una morte
prossima.
Da dove proviene
il senso di sconforto causato dalle dure
parole delle "cronache del limbo" ?
Nasce in primo luogo perché, là dove
ogni vita è a uno stadio critico e ogni
situazione è una situazione limite, si
sa molto dell’uomo, forse più di quanto
convenga sapere. E non si tratta di un
"altro uomo", ma dello stesso uomo che
si incontra ovunque. È a Rio o a San
Paolo che l’Europa ha rivelato i suoi
segreti perché è lì che ha peccato e
continua a peccare. Per l’Europa, il
circo delle moltitudini in estasi o
disperazione, a Niterói, a Brasília o a
Vitória, non è tanto un limbo, quanto un
purgatorio segreto. I bordi dell’Europa,
l’America Latina e l’Est europeo, sono i
suoi specchi, dove lei, contrariata, si
vede senza trucco, sotto il fascio di
una luce cruda. Le moltitudini
brasiliane sono il finale di un certo
valzer ballato nella penombra.
Non è più
possibile che le tematiche filosofiche,
metafisiche, psicologiche, esistenziali
e ideologiche continuino ad essere in
letteratura una prerogativa esclusiva
dei paesi ricchi quando, da tempo
oramai, non lo sono più nella vita. La
condizione umana è messa alla prova
nello stesso modo a Belo Horizonte o a
Bruxelles, a Curitiba o a Los Angeles,
quando è confrontata con le relazioni in
crisi, con la mancanza di senso, con le
prospettive di una morte precoce, con lo
schiacciamento dell’identità o con
l’assedio implacabile dello spirito da
parte dei media. La povertà, il rumore e
la violenza delle megalopoli tropicali
smascherano o aggravano appena i
problemi che oggigiorno sono gli stessi
ovunque ci troviamo.
Le opere che
rappresentano quel mondo non sono opere
esotiche, ma stranamente familiari. Sono
il volto sfigurato, eppure ancora
riconoscibile, di un vicino parente. E
negare, per scomodità o codardia
intellettuale, l’esistenza e la potenza
di queste opere è lo stesso che tentare
di fuggire inutilmente da un pianeta che
si è evoluto in una direzione
indesiderata.
C'è ancora
un’altra questione: ai paesi del mio
continente sono state imposte le
monoculture, come quella della canna da
zucchero, del cotone, del caffé, della
banana e della gomma. La regione poteva
produrre soltanto ciò che interessava
all’Europa in quel momento, e
dall’Europa sarebbe dipesa per tutto il
resto. La monocultura è stata
l’imposizione di una strategia della
miseria.
Ma fino a che
punto questo atteggiamento mentale
colonialista si è modificato? Abbiamo
oggi un sottoprodotto di quei tempi di
frusta e catene, che è la monocultura
della cultura. Gli scrittori
dell’America tropicale devono scrivere
di un certo continente desiderato dalla
fantasia europea, fornire il prodotto
immaginario che oggi interessi
all’Europa, che apra le finestre nel
sogno, che inviti all’evasione e ai
sapori e odori di eccessi affascinanti,
di un cosmetico sempre diverso per il
mondo che chiamiamo "esotismo". È questa
l’origine del successo del "realismo
magico e meraviglioso", della lotta
politica dei guerriglieri edulcorata,
ridotta ad un "cappa e spada", delle
nuvole di farfalle, dei tiranni
lacrimosi, e delle mulatte dalle labbra
di miele e dai sudori al gelsomino che
viaggiano verso l’Emisfero Nord tutti i
giorni, imballate in containers
astratti, in cambio di rimesse
occasionali in marchi, franchi o lire,
viaggiando fianco a fianco a containers
concreti, pieni di balle di cotone,
sacchi di caffè o pezzi di automobili.
In questo nostro nuovo mondo del tempo
libero e dei servizi, del consumo
culturale su larga scala, la fantasia è
diventata un prodotto nobile, una spezia
della post-modernità. La cultura della
monocultura si fa sentire ancora una
volta: - noi compriamo quello che è
diverso da ciò che abbiamo qui, e che
sia abbastanza curioso da intrattenerci
e sedurci, per aiutarci ad ingannare
allegramente il tedio, il resto non ci
interessa, non vogliamo comprarlo, né
vogliamo saperne niente, confermando
così che l’immaginario mondiale, con le
sue "fazende" di idee ed immagini, è
soggetto alle stesse leggi implacabili
del mercato, ed è nello stesso mercato
che, purtroppo, cerca la sua definizione
e le sue vie di sviluppo.
Ma anche la
verità ha la sua forza. E’ come un
polline ricolmo di semi, soffiato da
molti venti, ribelle alla monocultura
pianificata, e che germina dove vuole.
Ed è solito germinare molto e bene. La
reale vita brasiliana produce per lo
meno da quattro decadi una letteratura
profonda, enigmatica, brutale e sublime
come la vita. Produce i suoi "cronisti
dal limbo", un universo letterario
spaventoso, dove l’uomo appare al meglio
e al peggio di se stesso, dove i suoi
atti e gesti sono epifanie che emanano
dalla sua essenza, così come dal tessuto
umano sciupato, consumato, strappato da
forze che ignora. Porta nelle sue mani
le viscere che offre al secolo, senza
sapere che nessuno le riceverà, che
nessuno è disposto a guardarle.
E’ per questo
che gli scrittori del Brasile urbano di
oggi sono tutti martiri oscuri della
letteratura, al servizio della più
incomoda delle verità. Si perdono tra
gli uomini più persi. Dicono quello che
il resto del mondo ha paura di sentire.
Vivono torturati dalla propria
sensibilità, loro ferramenta di lavoro,
e muoiono come vivono, descrivendo le
sensazioni estreme del limbo.
Perché, mi chiedo, una gran parte della critica ha così tanta paura di guidarci con toni pacati attraverso i percorsi di questo limbo.
Forse perché ci vuole coraggio, e il coraggio, attualmente, è una espressione per molti versi desueta.
Uno degli errori
che commette la critica ad ampia
distribuzione, infatti, è senza dubbio
quello di alzare i toni, ma anche quello
di abbassare la qualità del giudizio a
considerazioni sterili e spesso
populistiche. Secondo me l’originalità
principale della critica dovrebbe
trovarsi nella ricerca, nello stimolo
verso il nuovo, ancor prima che
nell’analisi dei contenuti. La critica
del pensiero critico dovrebbe stimolare,
ancor prima di giudicare. E la
stimolazione trova origine nella
scoperta, nell’analisi di ciò che ancora
non è giunto alla conoscenza dei molti.
Determina sconcerto vedere nello stesso
periodo una gran mole di mezzi mediatici
occuparsi tutti insieme dello stesso
evento. Il pensiero critico, anche se
bene espresso, diventa in questo caso un
tam tam martellante e nevrotico. Una
imposizione psicologica che “obbliga” il
lettore a un interesse passivo, utile
per non rimanere tagliati fuori dal
meccanismo. E il meccanismo funziona.
Funziona perfettamente perché,
trasformandosi in uno spot
pubblicitario, ha tutta la forza
dirompente che caratterizza qualsiasi
spot pubblicitario. Il problema che
tenta di affrontare la critica di massa
non è più la scoperta, la novità o la
ricerca. Ma una gara dal temperamento
ruffiano per scrivere il testo migliore
sullo stesso titolo. Non vince chi
rischia proponendo una novità insolita,
ma chi per primo raggiunge visibilità
con la stessa novità. E per fare in modo
che la novità rimanga una novità, si
continua a riciclarla con meccanismi a
volte anche crudeli e spesso ridicoli.
Si prenda il caso dell’ultimo capitolo
dei libri di
Harry Potter, con i quali si è
tentato di creare una aspettativa e un
fermento che non è per niente tipico dei
lettori del nostro paese. Pur non
volendo togliere nulla al romanzo, che
rimane un ottimo romanzo (e le vendite
lo confermano), non sarebbe stato più
interessante se la critica avesse
cercato una alternativa, avesse
insinuato il sospetto che esistono altri
romanzi di uguale fattura e che
meriterebbero di essere letti e
analizzati? Invece no. Si è preferito
parlare per mesi di un libro sul quale,
non essendo ancora pubblicato, non si
aveva nulla da dire. Così per arrivare a
coprire questo nulla si sono inventati
isterismi e si è giunti ad intervistare
il ragazzino che era riuscito a comprare
la prima copia. Questa, duole
ammetterlo, ma è una critica dal
pensiero stanco e pigro. Una critica che
intontisce o, al massimo, si compiace di
se stessa.
Esprimo un simile parere con riserva,
consapevole che il mio giudizio critico
sul modo di intendere la critica rischia
inevitabilmente di acquisire dei
connotati soggettivi, trasformando me
stesso in un portatore di pensiero e
basta. Per mantenere un punto di vista
che si avvicini il più possibile
all’oggettività riprendo spesso
riferimenti che mi hanno colpito e hanno
stimolato in me un percorso di analisi.
Tento di trasferire in me i dubbi che
riconosco in un certo tipo di pensiero
critico, e cerco in continuazione
certezze esplorando i punti di vista
alternativi. E’ per questo che voglio
riportare di seguito una breve pagina
che ho letto sul sito
www.filosofico.net, la quale analizza il
pensiero di Ortega Y Gasset e della
critica. Credo si possa definire una
sintesi del mio pensiero sul modo di
fare critica, e che purtroppo è distante
anni luce dal pensiero che ci viene
proposto quotidianamente attraverso i
media a più ampia distribuzione.
Si è
accennata l' importanza della critica,
soprattutto se in qualche modo
pregiudizievole, quale metodo spontaneo
di fare scienza . Ma in che senso la
critica è necessaria, o meglio, qual è
la critica necessitata nel
raggiungimento della verità?
A 19 anni,
il primo dicembre del 1902, nella
rivista "Vida Nueva" scrive e pubblica
il suo primo articolo: "Glosas". Così
inizia: " parlavo ieri con un amico, uno
di quegli uomini ammirevoli che si
dedicano seriamente alla caccia della
verità e vogliono respirare certezze
metafisiche: un pover’ uomo ".
Tagliente, sottilmente ironico come
sempre, il filosofo madrileno. Questo
"pover’uomo" in realtà, aveva chiesto al
giovane Ortega un' opinione su una
critica, non meglio precisata, di un
tale che, secondo il giudizio del suo
interlocutore, mancava di imparzialità:
" lo lasciai perdere e non risposi. Se
avessi infranto la sua credenza nell'
imparzialità, avrei ottenuto solo di
fargli versare qualche lacrima sul nuovo
idolo morto. E' un uomo che si nutre di
certezze indubitabili ". Prescindendo
ora dal notare quanto già sia presente
il suo pensiero non ancora formulato,
soffermiamoci ora sulla modalità in cui
il giovane (e poi maturo) Ortega intende
il termine "imparzialità". E' freddezza,
personalità annullata a favore di un
punto di vista che tralasci la
soggettività e l' unilateralità
specifiche dell' interpretazione, a
favore dell' oggettivo punto di vista
della maggioranza. E qual è la critica
che ne deriva? " Inchiodare sul davanti
delle cose e dei fatti un distintivo
bianco o uno nero; trascinarli nella
parte dei cattivi o nella parte dei
buoni. Sempre inchiodare, sempre
trascinare ". Il punto di vista della
massa; la massa non è che un "
innumerevole serie di zeri ", ciò che la
fa essere è l'unità, dietro la quale i
singoli individui sono vuoti: mero
raggruppamento, grande numero, insomma.
Criticare secondo l'opinione della
massa, cercare a tutti i costi una
verità apatica e poi lavarsene le mani è
l'impegno della critica oggettiva :
costruire una normalità di bello, di
giusto, di bene e accattivarsi la
simpatia e il benestare della
maggioranza. Eppure, sottolinea il
giovane madrileno, la critica
impersonale non ottiene l'affermazione
della massa di cui tale critico esprime
il parere, " non entra nel cervello
plumbeo della folla ". E' interessante
notare la scelta orteghiana di questo
termine. La gamma di sinonimi che l'aggettivo ingloba in sé spazia
metaforicamente in diverse direzioni:
grigio, pesante, ottuso, lento, noioso.
La massa, quindi, come simbolo che
incarna l'oggettività, l'impersonale e
morta trasposizione della vivacità
personale del singolo. La scelta del
termine lascia certamente trasparire il
giudizio del giovane Ortega, che poi
verrà sviluppato e portato a
maturazione, nei confronti dell'
universalizzazione, l'astrazione, il
sistema. E' un esempio pratico di cosa
intenda veramente per critica. E ora lo
vedremo attraverso le sue parole: "
bisogna essere personalissimi nella
critica se si vogliono creare
affermazioni o negazioni possenti;
personale forte e buon giostratore. Così
le parole sono credute, così si fanno
rimbalzare nel tempo e nello spazio i
grandi amori e i grandi odi. Ah!
Dimenticavo! Bisogna anche esser sinceri
(…) Morale: non si può far critica senza
sporcarsi le braghe ". E' difficile
staccarsi dal coro, dissociarsi,
esprimere con passione la propria
critica: " quando vedranno
nell'appassionarsi una cosa magnifica e
buona? 'Paradossi', esclamano. Tutti gli
uomini si giudicano capaci di passione;
ignorano che le passioni sono dolori
immensi, purificatori… ". La critica è
una lotta.
Bisogna
essere personalissimi nella critica,
scriveva Ortega, se si vogliono creare
affermazioni o negazioni possenti. Così
le parole sono credute, così si fanno
rimbalzare nel tempo e nello spazio i
grandi amori e i grandi odi.
Credo che
questa possa essere giudicata una verità
inconfutabile: essere personalissimi…
Come si fa a
essere personalissimi quando si ricerca
l’omologazione e la gratificazione a
tutti i costi? Come si fa a essere
personalissimi quando si ha l’arroganza
per mettere da parte la propria
personalità e riportare un pensiero
improprio, vassallo del pensiero altrui?
Quale passione o dolore potrebbe
spingere il giudizio critico di chi
scrive solo per riempire uno spazio già
predefinito con parole vuote di pathos.
Paradossalmente è la stessa società che
tende a emarginare il pensiero
originale, confinandolo in nicchie:
luoghi di crescita culturale forti, ma
lontani dalla visibilità comune a tutti.
Accade quindi che il pensiero personale
della critica debba essere ricercato con
pazienza, spulciando tra gli articoli e
le officine di pensiero più libero da
tendenze o interessi economici. Si
rischia in questo modo di perdersi, e ci
vuole una cultura di base già forte per
trovare ciò che si cerca, col rischio di
smarrire sempre più spesso la notizia
veramente illuminante, quella che si
desidera scoprire da sempre, e che
potrebbe finalmente arricchire le nostre
coscienze. La cultura non esiste più,
per molta gente stanca di cercare o
impossibilitata a cercare, se non
attraverso la sua diffusione capillare;
ma la diffusione capillare è diventata
monoculturale e per questo sterile e
incapace di proporre cultura.
Il meccanismo
è più o meno il seguente: ciò che non è
rappresentato o visto attraverso la
lente dell’immaginario collettivo,
finisce per non esistere realmente.
Quella che Ortega definisce la “massa”,
finisce allora per incarnare
l’oggettività (preparata a tavolino,
aggiungerei io), finalizzata a
sostituire la vivace personalità del
singolo.
Se il critico
acconsente alla vivace personalità del
singolo perde di visibilità. Se si perde
di visibilità non si esiste più, come
pensiero critico, sopraffatti da un
pensiero stanco e costantemente statico.
Si è creata una “saturazione” della
critica soggettiva per oggettivare la
deficienza del pensiero critico.
Si è creato
un mostro da tanti insignificanti
mostriciattoli.
E allora non
è improprio dire che la miopia culturale
ha contribuito a determinare il fenomeno
della monocultura o, meglio, della
cultura dell’intrattenimento. Ha
consegnato nelle mani degli editori il
mezzo per strumentalizzare i lettori. Un
tempo molte case editrici potevano
lavorare su un doppio binario, che era
quello della cultura e quello del
guadagno. I libri che assicuravano
altissime vendite compensavano l’impegno
economico nella distribuzione dei libri
che offrivano cultura anche se a bassa
tiratura. L’equilibrio permetteva alla
nobile professione dell’editore di
esprimere il proprio ideale culturale.
L’attenzione della critica verso quei
testi forti di un contenuto
culturalmente alto assicurava una
vendita delle copie sufficiente per
offrire ai lettori un lento ma
progressivo accrescimento culturale.
Dopo è avvenuto che le case editrici più
forti, inglobando le altre forti solo
dei loro ideali, hanno imposto il
guadagno a percentuali elevate non più
sul programma editoriale, ma sul singolo
volume pubblicato. Non hanno quindi
imposto direttamente cosa pubblicare: lo
hanno fatto in maniera più subdola.
Compito della
critica sarebbe stato a quel punto di
ribellarsi, invocando l’arte come
primaria espressione dell’editoria che
non avrebbe dovuto guardare solo al
mercato. La critica si sarebbe dovuta
rifiutare di promuovere il bestseller
(il termine “promuovere” non è un
errore…)
Anzi, la
critica avrebbe dovuto contrastare
questo fenomeno, prendendo una posizione
forte. Avrebbe dovuto demotivarne la
lettura, boicottare le vendite,
ridicolizzare il meccanismo.
E invece…
E invece è
diventata la cassa di risonanza di un
meccanismo così estremamente pericoloso
da diventare una specie di regime.
Il pensiero
critico che si preoccupava di analizzare
il testo, che lo sezionava fino a
spremerne i più reconditi contenuti, ha
cominciato a strizzare l’occhio
all’editore che gli passava le dritte in
base alle proprie esigenze. Un
meccanismo ancora per certi versi
accettabile. Criticabile, certo, ma
ancora accettabile. Alla fine però il
critico si è allontanato pure dalle
pacche sulle spalle che gli dava
l’editore e si è concesso anima e corpo
al distributore. E’ il distributore,
oggi, che passa le informazioni al
critico. Ma il distributore, quando
guarda un libro, lo valuta per il peso,
per il tipo di carta e per il prezzo di
copertina. A volte qualcuno gli rammenta
che all’interno le pagine non sono
bianche ma c’è scritta qualcosa. Lui
allora guarda stupito, come a voler
chiedere: “potrebbe diventare un
problema?”.
Si! Potrebbe
diventarlo, verrebbe voglia di dire. Ma
per fortuna c’è sempre un certo tipo di
critica che lo rassicura…
Un simile
meccanismo conduce inevitabilmente verso
quello che si potrebbe definire un
culturicidio di massa.
Un tempo la
critica si divertiva a inventare le
parole.
Oggi lo fa
ancora, ma è solo la critica portatrice
del pensiero critico, e quindi quella
che è stata confinata a riviste
selettive o a spazi ricchi di contenuti
ma poveri di visibilità. Compito della
critica fine a se stessa è stato anche
quello di inculcare nella credenza
comune l’opinione che scarsa visibilità
è sinonimo di scarsi contenuti. La
critica ha messo in pratica il mezzo che
gli è più consono: non considerare alcun
pensiero oltre al proprio come degno
d’attenzione. In questo modo si è uccisa
la cultura. Per eutanasia, senza colpo
ferire. Il pensiero non si è accorto di
questo genocidio culturale perché è
stato nutrito con false illusioni. E’
stato edulcorato e riempito con così
tanta pseudocultura da andare in
overdose.
Prendiamo
allora la definizione generica di
eutanasia, come si potrebbe trovare in
qualsiasi vocabolario, e inseriamo tra
parentesi quadre i riferimenti alla
cultura e al pensiero, rendendoci conto
di come calza alla perfezione con quel
che oggi accade nel mondo culturale.
L'eutanasia [culturale] (dal greco euthanasìa, "morte felice") è una pratica che procura la morte [del pensiero] in maniera non dolorosa alle persone, in genere allo scopo di eliminare la [conoscenza]. Essa consiste in genere nella somministrazione di sostanze tossiche che portano alla cosiddetta "dolce morte" del [pensiero]. È attualmente ammessa nella legislazione di pochi paesi d'Europa e del Mondo, mentre nei rimanenti è in genere equiparata all'omicidio [ideologico].
Il suo contrario è l'accanimento culturale, ossia cercare di tenere in vita una [ideologia] morente. L'accanimento culturale è considerata un'attività che prolunga l'agonia, infliggendo maggiore dolore, rispetto al bene che procura e perciò dal punto di vista etico è in genere considerata un'attività contro la dignità umana e contro l'interesse del [singolo], al quale dovrebbe venire riconosciuto il diritto di [pensare] tranquillamente.
E’attraverso
simili meccanismi che pian piano, forte
della globalizzazione, ha preso sempre
più forma il mercatino della critica
Il prof.
Noam Chomsky, ho già
scritto, ha modo di dire che i media
negli Stati Unito sono corporation o
parti di corporation e che i loro
omologhi in Europa, i principali
quotidiani internazionali, sono in gran
parte aziende che vendono un pubblico
privilegiato ad altre aziende. E non è
sorprendente, aggiunge, se l'immagine
del mondo che presentano riflette
l'interesse degli acquirenti.
La dichiarazione
del prof.
Noam Chomsky secondo
me è una verità inconfutabile che
andrebbe analizzata con attenzione, per
capire quali sono i meccanismi culturali
che possono spingere un critico che
scrive sulle riviste ad ampia
diffusione.
Si nota infatti
che anche nella sua libertà ideologica
il critico è costretto a “vendere” un
prodotto che rispecchia l’interesse
degli acquirenti. Il critico deve
domandarsi (paradossalmente) se ciò che
si prepara e recensire non possa essere
considerato di cattivo gusto dal suo
lettore, o non possa offendere la sua
suscettibilità. L’attenzione che il
critico mette nel suo lavoro è simile a
quella del negoziante: deve trovare il
prodotto giusto per i suoi clienti. Deve
capire quali sono i desideri della
clientela per poterli poi esaudire con
eleganza e gusto. Deve fare,
obbligatoriamente, l’interesse
dell’azienda che sta dietro il giornale.
Un modello simile ha spinto la
recensione critica verso una attenzione
inevitabile nei riguardi del bello,
ipotizzando che non può esserci bellezza
nella crudeltà del linguaggio o
nell’analisi della parte più oscura del
vivere sociale. Si accetta la negazione
solo quando è un messaggio per esaltare
i parametri confermati del vivere
moderno.
Il punto cruciale
della critica è quello di individuare il
target di clienti del giornale.
Questo meccanismo, un tempo diffuso solo
in certi mensili o settimanali, si è
ormai diffuso anche nelle pagine dei
quotidiani lasciando scomparire un
fenomeno che invece era caratteristico
della critica: e cioè la recensione
negativa. Ormai non c’è più spazio per
una recensione che parli negativamente
di un libro, perché parlarne è diventata
inevitabilmente una promozione. Anche
parlarne male. Perché “ciò di cui si
parla esiste…”
A immaginare
tanti giornali, tutti aperti sulla
pagina della cultura, viene in mente uno
di quei mercatini del sud, dove ogni
venditore urla più forte per esaltare il
gusto del proprio prodotto. Si sa che da
li non si scappa. Qualcosa, alla fine,
si riesce a vendere in ogni caso.
L’importante è offrire ciò che la gente
desidera comprare. E questo per una
critica del pensiero critico non è un
effetto negativo, ma è molto peggio. E’
un pericolo, trasformandosi in una
miopia culturale
A
dimostrazione di quanto finora detto si
potrebbe riportare una futile quanto
infantile discussione che si è
instaurata attraverso le pagine di
Repubblica in merito alla scrittura e
alla critica, e che, in maniera direi
quasi perversa, tende ad autocelebrare
ancora una volta il pensiero critico
fine a se stesso, perdendo una buona
occasione (l’ennesima) per proporre
qualcosa di originale, confermando la
teoria che oramai attraverso le pagine
di cultura ad ampia diffusione non è
possibile aspettarsi una critica del
pensiero critico…
Attraverso le
pagine del quotidiano il signor Baricco
scrive una lettera sfogo con la quale si
lamenta per il trattamento che riceve da
alcuni critici che, a suo vedere,
ironizzano sui suoi libri senza averli,
forse, neanche letti. Una bella lettera,
scorrevole e a tratti ironica, ma del
tutto simile a centinaia di altri sfoghi
simili a questo, scritti da altri
autori, e pubblicate o recensite in vari
blog o siti di interesse letterario. Con
una differenza, però. Che la lettera del
signor Baricco, appunto perché
pubblicata da Repubblica, esiste
veramente, mentre le altre è come se non
fossero mai esistite ed è come se
nessuno le avesse mai lette. Per chi è
abituato a raccogliere il pensiero come
un elemento che esiste solo se
determinati canali ne danno visibilità,
la lettera del signor Baricco appare
come un lampo a ciel sereno.
Scandalizza, scuote le coscienze, avvia
discussioni, rompe un muro di omertà…
Tutte cose già viste insomma, delle
quali non è importante neanche parlare,
per ora.
E’
interessante invece la risposta, sempre
attraverso le pagine di Repubblica, del
signor Berselli. Egli inizia l’articolo
dicendo che «la polemica innescata da
Alessandro Baricco contro i critici
parlanti di sbiego, “recensite o
tacete”, può anche riportare al pensiero
confortevole che esistano ancora figure
capaci di dominare e plasmare il
panorama letterario».
Dopo questa
prima amenità ne sciorina tante altre
citando autori e editori. Scopre l’acqua
calda, insomma. Senza rendersi conto che
tutto il suo discorso assume la
consistenza di un discorso incredibile,
ed è lo stesso recensore che conferma
ciò quando afferma che «il non mercato
editoriale è diventato un quasi mercato
e l’editoria si è trasformata in un
fenomeno di massa modellato dal
marketing».
Ebbene, non è
anche il giornale attraverso il quale
egli scrive un fenomeno culturale di
massa, e quindi un prodotto di
marketing? Non sono, allora, anche le
sue considerazioni un prodotto di
marketing? Non è un prodotto di
marketing il tentativo di prendere le
distanze, con questo articolo, dagli
spot pubblicitari ai quali ci hanno
abituato, e fingere di scandalizzarsi
per un fenomeno che invece, per chiunque
è abituato a guardare un po’ più
lontano, appare chiaro e lampante già da
tempo?
Se avesse
voluto dare forza e credibilità al suo
articolo non avrebbe dovuto scriverlo
sulle pagine di uno di quei giornali che
appartiene al circuito del marketing. Ma
se lo avesse scritto in un circuito
alternativo e desponsorizzato non
avrebbe avuto visibilità, e se non si ha
visibilità, lo sappiamo, è come se non
si esistesse. E allora ecco la frase
d’effetto, quella che dovrebbe pulire le
coscienze e rendere giustificabile
qualsiasi opinione, purché asservita al
mercato portatore di un pensiero fine a
se stesso.
«Che si
tratti di una concezione premoderna è
sancito non tanto dall’assenza di
critici e imprenditori culturali come
Elio Vittorini, quanto dal semplice
sguardo alle classifiche dei libri più
venduti».
Non è così! I
critici e imprenditori culturali ci
sono, e sono tantissimi, solo che non
hanno spazio nei circuiti di
comunicazione dai quali attingono molte
di queste persone, e allora per queste
stesse persone, e solo per esse, è come
se non esistessero.
Miopia
culturale.
E poi, cosa
vuol dire concezione premoderna?
Il signor
Gian Paolo Serino, attraverso le pagine
di un quotidiano, ha presentato un
articolo di critica letteraria
abbastanza polemico nei riguardi di
certi trucchetti promozionali
finalizzati alla sponsorizzazione di un
romanzo. Inventa, in questo articolo, la
parola Marchetting, da sostituire alla
parola originale marketing.
Indipendentemente dal notare un’altra
occasione persa per fare della critica
portatrice del pensiero critico, mi è
sembrata un po’ una trovata ridicola
questa “guerra tra critici” che cerca di
enfatizzare o distruggere un testo non
sui contenuti, ma sul piano più
televisivo possibile, nel senso peggiore
della parola.
Marchetting
rimane una bella trovata. Originale
nell’espressione ma non certo nel
significato. Che si inventi il caso
letterario non è una novità, che si
cerchino sempre formule nuove per farlo
è la conseguenza inevitabile di questo
gioco perverso e afinalistico. Ignorare
il pericolo di questa rete di
marchettari (o marchettingari?) resta
impossibile, perché il marketing è e
rimane il mezzo più potente a
disposizione di una società
globalizzata. E noi siamo una società
globalizzata. Il gioco non vale la
candela ma diventa indispensabile per
sopravvivere. Veniamo irretiti, che ci
piaccia o no, e la nostra attenzione
viene rapita dalla critica decente che
giudica la critica peggiore.
Ovviamente
scegliamo la decenza. Terrorizzati da
quella peggiore immaginiamo di
abbracciare il pensiero appena decente
con una sorta di eroismo. Siamo i
combattenti di una guerra appena meno
sporca di una guerra sporca, e per
questo ci illudiamo di essere nel
giusto. Vediamo nel nostro rivelatore di
sporcizia il nuovo eroe e lo seguiamo
acriticamente.
E così anche
l’ultima frontiera, per ora, è stata
abbattuta. Non ci si limita più a creare
il caso letterario, ora si è inventata
anche la distruzione del caso
letterario. L’oggetto libro si sposta
sempre più ai margini di queste
inutili discussioni, rischiando di
diventare addirittura perverso.
I critici
cominciano ad avere i loro fans, che
ascoltano e criticano a loro volta.
Peccato che non si capisca di cosa,
perché spesso, com’ebbi modo di scrivere
in precedenza, sotto le spoglie del
progressismo democratico si cela in
realtà un oscurantismo populistico.
Avvenimenti
di quotidiana frequenza confermano, se
mai ce ne fosse bisogno, come questa
espressione – non mia tra l’altro – sia
da considerare sempre più veritiera.
Puntualizzo
che esprimendomi in questo modo mi
riferisco sempre e comunque alla
situazione letteraria, nonostante
qualcuno non perda occasione per
ricordarmi che è così anche nella vita
sociale. Ma della vita sociale in queste
mie riflessioni me ne interesso ben
poco, lasciandogli altri spazi della mia
vita relazionale.
Quando si
parla di oscurantismo populistico in
campo letterario la più frequente
opposizione che viene posta in campo dai
signori che dell’oscurantismo
populistico se ne fanno (inconsciamente,
direi) portavoce, è sempre la stessa:
esprimendosi in questo modo, dicono, si
insinua negli altri il terrorismo
psicologico di una libertà condizionata.
Anch’io sono
condannato per questo come illiberale,
anche se non ho ben capito come possa
anche solo esistere il termine libertà
condizionata.
Alle volte,
quando la voglia di discutere vien meno,
tento di rassegnarmi a una tale
situazione. Mi domando comunque se non
sia meglio passare per indifferente
piuttosto che per rivoluzionario, e
tento disperatamente di cercare nella
letteratura un progressismo che comunque
stento a trovare.
Continuerò
per questo a parlare di oscurantismo
populistico, anche se poi, come accade
quasi sempre, mi viene negato il diritto
di parola.
Mi piacerebbe
allora concludere ricordando questi
versi di Pier Paolo Pasolini, tratti da
“Affabulazione”, e ringraziare chi ha
avuto la pazienza di leggere sin qui.
Colui che vi parla è l'ombra di Sofocle.
Sono qui arbitrariamente destinato a inaugurare
un linguaggio troppo difficile e troppo facile:
difficile per gli spettatori di una società
in un pessimo momento della sua storia,
facile per i pochi lettori di poesia.
Ci dovrete fare l'orecchio.
Basta. Quanto al resto,
seguirete come potrete le vicende un po' indecenti
di questa tragedia che finisce ma non comincia
fino al momento in cui riapparirà la mia ombra.
A quel momento le cose cambieranno;
e questi versi avranno una loro grazia,
dovuta, stavolta, a
una certa loro oggettività”






